Numero dodici: “Ruggine”

basket

La palla si stacca dalla mano, compie una arco morbido ed entra nel cerchio come una tigre ammaestrata. La rete elastica si muove appena, giusto il necessario per tributare il canestro: ciaf. La palla cade a terra, rimbalza sul parquet e se ne va fuori dal campo.

Dopo il silenzio c’è un fischio, e dopo il fischio ricominciano gli scalpiccii delle scarpe sul legno, le mani che cercano il corpo dell’avversario, gli schemi chiamati a braccio alzato.

Prendilo in mano, il pallone. Guardalo da vicino. Guarda i tacchetti consumati, le linee di giuntura, il foro per la camera d’aria. Rigiratelo tra le mani, maltrattalo, e poi annusalo. Un odore come di ruggine ti arriva alle narici, ed è un odore che puoi trovare solo lì, che ti fa pensare a tuo padre quando nei primi anni ottanta ti portava sulle spalle. Tuo padre ancora col barbone, i Rayban a goccia e l’aria da gigante buono.

Lui giocava a basket, e giocava meglio di te. Era ala sinistra perché sì, siete mancini da generazioni, e abbrancava ogni pallone come fosse l’ultimo, e verso il terzo dei quattro tempi veniva sempre espulso per cinque falli. Lo seguivi con la mamma, dopo la partita, e gli tiravi la barba. Lui ti alzava all’aria e ti dava un pallone in mano, che era il doppio della tua testa. E tu sentivi quell’odore come di ruggine.

Chiama uno schema, passa la palla e chiudi un buon blocco, il resto viene da sè. Non hai più l’età, oppure ne stai stillando le ultime goccie, e ti consolano con la storiella che tu hai esperienza e loro no.

Tuo padre è sugli spalti che ti guarda ed è ormai vecchio, ed è un piccolo uomo. Ora conosci ogni sua miseria: solo la barba non l’ha abbadonato. Ma lo sa ancora riconoscere quell’odore, e ancora si emoziona per il ciaf delicato del canestro.

Te lo ricordi quando allenava squadre di giovani virgulti, severo, austero. Non era simpatico ma i bambini lo amavano. Si sbracciava e ti guardava male, ma tu lo sapevi che dentro rideva.

Ricevi il pallone e lo scarichi, così dice oggi il coach: fare girare la palla,  il resto viene da sè. Chiede un timeout. Lo senti urlare mentre ti copri la faccia con un asciugamano intriso del tuo sudore, e nel tuo malinconico modo ti senti orgoglioso di chi sei. Passi una mano sulla testa dei compagni, batti sulle loro spalle e sulle loro natiche, e torni al tuo dovere.

Te lo ricordi, tuo padre, quando nel lettone ti raccontava la tua storia preferita, quella del robottino che si getta in mare per salvare il proprio papà. Trattenevi il fiato e lo guardavi con gli occhi sbarrati. Il robottino riusciva sempre a salvare suo padre, ma il più delle volte moriva di ruggine per essersi bagnato con l’acqua marina. Tu ti tiravi la coperta su fino agli occhi e rimanevi lì in silenzio, e lo abbracciavi.

E senti ancora quell’odore, e guardi il tabellone, e guardi lui, e pensi: “papà”. E tiri. Provando a recuperare un punto alla volta, perché non c’è nient’altro da fare.

Numero undici: “La festa delle vanità”

ragazzepiccole

Con mani magre Michelle muove piano l’acqua, sfiorandone appena la superficie. Attorno alle sue dita affusolate si irradiano piccoli cerchi concentrici che lei cancella con un lento movimento del braccio.

Michelle è a bordo piscina e si sporge per guardare, nel blu denso dell’acqua, il proprio volto. Le poche ciocche di capelli non ravviati nella coda di cavallo si allungano e si bagnano a loro volta.

Se ogni uomo è un’isola stasera mi trovo in un arcipelago.

Paola danza sul tavolo che ospita i resti del cibo e del vino. La musica la incalza ed è bello che la incalzi. Paola vuole essere già grande, ma ha ancora i movimenti impacciati di un girino e troppe stelline nel vestiario. M’incanta la sua timidezza che presto svanirà, mi incanta il suo coraggio di affrontarla, ed è conturbante la luce bianca del faro che investe le sue curve acerbe.

Occhi come spilli pungolano la sua pelle lucida di sudore, un’agopuntura da cui lei emerge nuovamente fragile e nuovamente attraente. La musica incalza, ma la sento attutita, come se provenisse da un luogo ben più remoto che non la cassa di questo impianto stereo.

Se voi foste qui potreste vedere tre ragazzi rimbalzare sui tappeti elastici, potreste vederli abbandonare i loro eterni sorrisi solo durante l’esecuzione di capriole e particolari evoluzioni, quando la loro espressione diventerebbe di assoluta concentrazione, prima di esplodere nuovamente nel riso.

Se voi foste qui vi consiglierei di salire le scale e di entrare nella stanza di Mattia al primo piano: da lì potreste godervi lo spettacolo di tre figure umane che entrano ed escono dal quadrato magico della finestra, come sospese in volo. Vi avrebbero sorriso senza in realtà vedervi, come stanno facendo ora, e voi avreste ricambiato lo sguardo.

Nella stanza di Mattia c’è il piccolo Cuddy, affacciato alla finestra come voi un istante fa. Il suo sguardo non è per i ragazzi sui tappeti elastici, e nemmeno per Paola: i suoi spilli si posano su Michelle. Cuddy sa che Michelle esce con quelli con la macchina, e nessuno lì ne ha una. Sa anche che Michelle tiene sempre un preservativo nella borsetta. E no, Cuddy non ha una possibilità in tutto l’universo. Così rimane lì, e un po’ guarda Michelle e un po’ guarda gli ultimi fuochi d’artificio dietro la collina, e impara cosa siano gli struggimenti d’amore.

In cucina, Lisa mette la mano in un vasetto e prende per la coda una lucertola, e tutti dicono oh. La lucertola ricade nel vasetto e Lisa resta con una coda di rettile che si dimena tra il pollice e l’indice.

Lisa dice che vuole provare a cuocere la lucertola, e così fa: mette una padella piatta sul fornello, la fa scaldare e ci vuota sopra il barattolo. La lucertola muore all’istante, inarcandosi verso l’alto come carta bruciata ed emanando un odore nauseabondo. Nella cucina ci sono cinque ragazzi, e sono tutti schifati, e tutti guardano.

Michelle nota una piccola testa spuntare dalla finestra di Mattia, capisce di essere osservata e si alza, scuotendo le mani per asciugarle. Si incammina verso il giardino nero, scalza e in calzoncini, sparendo dalla visuale e sentendo il soffice tocco dell’erba sotto i piedi, mentre Cuddy immagina il soffice tocco della sua pelle su di lui.

Numero dieci: “Piastrelle”

Il bagno è una stanza rettangolare piuttosto angusta. Le pareti sono adornate da piastrelle quadrate a scacchi bianchi ed arancio. Una scelta estetica di Gaia.

Sono seduto sulla tazza già da un pezzo, e non riesco a fare nulla che non sia fissare la parete che ho di fronte, lunga esattamente tredici piastrelle e alta otto. Sono centoquattro piastrelle. Per due fa duecentootto piastrelle. E se aggiungiamo la parete dirimpetto alla porta d’ingresso, che è otto piastrelle per otto, arriviamo a duecentosettantadue piastrelle. Più ovviamente le piastrelle attorno alla porta, che portano il totale a duecentoottantadue. Pavimento e soffitto non contano, sono decorati in altri modi stupidi.

Gaia bussa alla porta, e ha ragione, ma io giro la pagina del giornale. Quasi ogni mattina l’inchiostro mi sporca appena i polpastrelli dell’indice e del pollice, maledetta cronaca nera.

Ieri pomeriggio, sul ciglio della strada, delle puttane stavano camminando dandosi di gomito, sbilenche su alti tacchi. Sembravano allegre, come operai che sanno che anche per oggi è finita, ma quale puttana smette di lavorare alle quattro del pomeriggio? Ne caricai una in auto, e l’accompagnai a casa.

Non è vero, mi feci fare un pompino. Non per cercare ciò che non mi da mia moglie, perché Gaia fa pompini migliori di quello. Ma così, la caccia, eccetera. Non so perché. So perché.

Conobbi Gaia alla festa di San Pancrazio, un paesino locale che una volta all’anno celebra un castello su un monte. C’era un tale vento. Se avevi il cappello dovevi tenertelo schiacciato sulla testa per non perderlo, e se non lo avevi dovevi tenerti schiacciati i capelli.

Mangiammo una mela caramellata a testa, al riparo sotto un tendone di dolciumi, a guardare dei saltimbanchi locali lottare contro tutta quell’aria.

L’uomo che illustrava l’asfalto chiedendo l’elemosina fu il primo ad andarsene, lasciando incompiuta una Passione di Cristo su un marciapiede, accanto ad un preservativo usato e ad un pacchetto di Pall Mall vuoto.

Arrivarono i tuoni e con loro la pioggia battente, ma noi eravamo già nella mia auto e io tentavo di spogliarla. Gaia all’epoca era molto inibita. Non riuscii a farla bagnare, non riuscii nemmeno a inumidirla. Presto la mia libido passò e la riaccompagnai a casa.

La cinquantaseiesima piastrella dall’alto, contando in righe orizzontali e procedendo verso il basso, era l’unica ad essere immediatamente riconoscibile a causa della mancanza, qua e là, dello smalto che accomunava ogni altra piastrella. Gaia l’aveva tolto con la fronte, e fu un bell’impatto. Fui io che la spintonai nel bagno, facendola inciampare nel bidè e, infine, procurandole l’impatto contro quella piastrella, la numero cinquantasei. Ero ubriaco, avevo trent’anni e avevo appena picchiato mia moglie per la prima volta. O almeno era la prima volta che la picchiavo seriamente.

Al lavoro oggi tutto bene. Fatto cose e visto gente. Ma poi, quando stacco, a volte ci torno dalla puttana. Sempre dalla stessa. Comincio a chiamarla per nome. Le chiedo di indovinare quante piastrelle ci sono nel mio bagno, e lei sbaglia sempre, e ridiamo. Ma lei sembra triste anche quando ride.

Con Gaia non rido mai. Lei lo sa quante piastrelle ci sono nel bagno, l’ha arredato lei.

Ho fatto un sogno stanotte, in cui leccavo le piastrelle, che erano gommose come gelatine alla frutta. Però erano lisergiche. E vedevo mia moglie nuda, magrissima, con le viscere che le uscivano dall’ombelico come da un bubbone.

Al lavoro tutto bene, comunque. Passo sempre in edicola e compro La Repubblica. Poi vado a casa e lo leggo, in modo che i miei polpastrelli siano sempre un po’ neri. In bagno. Con Gaia che bussa perché le scappa, e ha ragione.

Numero nove: “Il Tempo”

A Viareggio c’è una lunga passerella di assi di legno che ancheggia dal lungomare asfaltato alla spiaggia vera e propria.  Ci sono i tedeschi rossi, le famiglione coi bomboloni ed i ragazzoni abbronzati già a Maggio.
Nino apre l’acqua della fontanella, i ribes vibrano nel getto e lui ne sente l’odore, mischiato a quello della crema protettiva. Ne mangia qualcuno, strizza gli occhi al sole, e per qualche secondo non vede più nulla.
Sente parlare in una lingua che non conosce, e sente il rumore dei sandali sulla sabbia, e quello di altri sandali sulla passerella, e in lontananza un bimbo che frigna.
L’acqua fredda è piacevole sulla mano, così Nino butta la testa sotto il rubinetto.
Una piccola forbicetta, probabilmente caduta dal salviettone che porta a spalle, gli si arrampica su per l’avambraccio e lui la scaccia d’istinto, con un piccolo urletto, e un paio di rametti di ribes finiscono nella sabbia tra la passerella e la piccola fontana. Accucciandosi Nino nota che lungo la base della fontana c’è una vistosa crepa, dalla quale esce un sottile rivolo d’acqua.
Le poche bacche cadute nella sabbia, prima rosse come ferite, ora sono ricoperte di sabbia, e Nino pensa alle cotolette alla milanese della nonna, che è sulla battiglia coi piedi in ammollo e lo saluta da lontano, non vista.

Numero otto: “Benvenuto, amore mio, e amore mio, addio”

Mi piaceva afferrarle i seni da dietro mentre armeggiava in cucina, stringendoglieli da sopra la camicetta di seta, passandole un dito sulle labbra per sentire il suo respiro farsi più profondo.

Slacciarle piano le vesti e succhiarle i capezzoli era un piacere che svariate volte avevamo condiviso, ma che mai diventava abitudine, reso ogni volta nuovo dalla bramosia di ciò che ci aspettava, e che inevitabilmente sarebbe giunto.

I primi anni di matrimonio vengono spesso descritti come appassionati e focosi, e noi non facevamo eccezione.

Martina adorava sentirlo pulsare nella sua bocca, adorava farmi venire sul velluto della sua lingua, adorava il potere che le conferiva. Decideva i miei battiti, decideva quanto e quando dovessi essere eccitato, decideva quando abbandonarci all’orgasmo.

Sul comodino accanto al letto esponeva i piccoli tesori della propria femminilità: un orecchino spaiato, un libro scolorito di Grossman, un rossetto leggero, un bianco reggiseno che, sporgendo da un cassetto socchiuso, toccava il pavimento.

Dopo la doccia mi strofinavo la testa con una salvietta, nudo, e la guardavo con gli occhi velati dal vapore. Si aggirava, con un phon in mano, sfocata e morbida, e subito mi masturbavo davanti a lei, fino a che non era lei a voler guidare il gioco.

Numero sette: “La Gustosa di Cipolle Rosse”

La nota decisa delle cipolle rosse viene abbracciata dalla fragranza dell’aceto, dando vita ad un sapore equilibrato ed intenso che esalta i sapori della selvaggina, dei lessi, dei bolliti e dei formaggi. La tentazione del gusto è amplificata da un profumo intenso e caratteristico, dal colore denso, e dall’assoluta leggerezza, garantita dalla lunga cottura delle verdure tritate. Semplice come una salsa fatta in casa, irresistibile per i più golosi, la Gustosa di Cipolle Rosse stuzzica i palati con armonia e decisione.

Numero sei: “Verso Biarritz”

Attraversammo il paesaggio rarefatto della Linguadoca. C’erano stelle che avrebbero certamente potuto indicare il cammino a chi, più esperto di noi, avesse saputo leggerle.

Mentre la vita ci stava centellinando uno dei suoi rari momenti perfetti (e perfetto lo era: noi due soli, molte centinaia di chilometri alle spalle, due tavole ammaccate nel bagagliaio, e l’oceano davanti), Davide si voltò verso di me per chiedermi qualcosa. Ma stette zitto, perché non c’era niente da chiedere, non quella notte.

Numero cinque: “In un giorno arancione”

“In un giorno arancione”, disse guardando i pescatori e le loro bancarelle maleodoranti, “In un giorno arancione ci incontreremo di nuovo”. Naturalmente non la vidi più. Proprio per questo, avrei voluto guardarla più a lungo quel pomeriggio, e più intensamente, invece di limitarmi a masticare il mio chewin’ gum ed a fingere interesse per i bagnanti che schiamazzavano sulla battigia.

Teresa aveva labbra screpolate e seni turgidi, e viveva come una cagna in libertà. Il pudore le era estraneo. Quell’estate era stata mia, pur senza esserlo stata mai: la primavera precedente era stata di qualcun’altro, come lo sarebbe stata nell’autunno che premeva, sempre più insistente, ai margini del nostro idillio. Un autunno che, nonostante non potessi saperlo, non sarebbe finito mai.

Non credo fossi innamorato ma mi piace pensare che lei, nel suo modo peculiare, ad orologeria, nel quale nessun futuro era previsto, lo fosse di me. Quel che è certo è che per tutta quell’estate fui ammaliato dal contrasto tra il suo fisico florido ed il viso emaciato che le donava più anni di quanti ne avesse.

La penetravo in camera sua, mentre sentivo i suoi genitori litigare nella stanza accanto, ed ogni volta era uno struggente gioco, dove sia le moine più delicate sia gli “spudorata troia!” erano ammessi, e aumentavano l’ebbrezza di averci.

Tentavo di inalare i suoi aromi, di modificare il mio orizzonte sulla forma del suo corpo, fino a farcelo aderire, fino a farlo coincidere con lei, con la sua pelle.

“Tutto è colore” mi disse, languida, avvolta nelle coperte in una mattina di giugno. “I giorni sono colore.” Non dissi nulla, volevo solo ascoltare. “Il lunedì è giallo, il martedì rosso. Il mercoledì invece è arancione. E’ arancione, non lo vedi?”

“Si, lo vedo”. Bugia. Non vedevo nulla tranne lei.

“Giovedì invece è turchese. Non sempre, ma spesso lo è.”

“E Friday I’m In Love.”

“Scemo.” Si voltò verso di me, abbassandosi la coperta fino all’ombelico, esponendo al mio sguardo l’avvenenza dei seni.

“Il venerdì è viola. Ma attento: non con troppa magenta. Il sabato, il sabato è oggi, ed è blu.” E mi baciò. “Ed è blu.” E mi baciò. “Ed è blu.”

Il giorno seguente eravamo sul molo, dove mi disse che ci saremmo rivisti in un giorno arancione. “Perchè è il giorno in cui sono nata”, aggiunse piano.

Non so tuttora di che colore vedesse le domeniche, ma io le immagino bianche, come fossero acciecanti dissolvenze, o come delle nebbie, dove ogni tanto qualcuno scompare per non fare più ritorno.

Numero quattro: “Tra il termosifone ed il muro”

Domani divento responsabile. Anzi, Responsabile. Del Reparto Contenuti, per la precisione. Ciò significa che, tra le mie nuove mansioni, ci sarà quella del rompicoglioni. Nel Reparto Contenuti, il rompicoglioni rompe i coglioni in un solo modo: correggendo i contenuti degli altri. Così, quando Tizio mi porterà il suo testo per la nuova campagna pubblicitaria degli assorbenti interni, o degli Affari Interni, vergherò la mia legge a colpi di biro rossa. Solo che io, se becco un collega mentre gioca a Call Of Duty, mi unisco a lui. Per pochi minuti, però: poi mi ricordo che scrivere mi piace, i videogames no.

Pippo doveva consegnarmi un pubbliredazionale marchettaro quaranta minuti fa. L’intento è quello di lisciare il pelo al pezzo grosso della multinazionale di turno. In gergo giornalistico articoli del genere si chiamano “pompini”. Fisso lo screensaver, gioco col portapenne, batto il dito sulla scrivania.

Poi arriva Pippo, marito pazzo, mi toglie il dito e ci mette un foglio di carta bianco.

Ed il bianco si espande a tutto, e tutto è comprensibile: tutto ciò che non ho mai appreso, che non ho mai capito, che ho sempre voluto sapere è lì, nel ristretto spazio tra il termosifone ed il muro. E se ne va piano, sospinto dall’aria condizionata, come i batuffoli di polvere che troviamo sotto il letto.

Ancora una volta, la filippina non ha pulito.

Numero tre: “Yuko ed il miracolo della pioggia”

Anni fa, da bambino, guardai fuori dalla finestra aperta e vidi piovere. Il cielo tuonava, ed un odore di carta bruciata entrava in casa. Appena oltre il cortile di ghiaia, sulla strada, un nano ed un altro tizio spingevano un cavallo che puntava gli zoccoli. Risultava evidente come la pioggia battente e, soprattutto, i numerosi tuoni, lo imbizzarrissero. Ogni tanto, dimenando il muso con vigore, nitriva e sbuffava.

Una domenica mattina come tante: presto l’odore di carta bruciata sarebbe stato sostituito da quello delle patate al forno della nonna, ed altrettanto presto sarebbero arrivati i parenti per il consueto pranzo domenicale.

Mia sorella Miyako, dalla camera da letto, chiamò il mio nome ad alta voce: voleva uscire a giocare. Attraversai il lungo corridoio e giunsi da lei, trovandola ancora abbandonata e sognante sul futon. La coperta, stropicciata, le aderiva al corpo ed alle gambe come una seconda pelle. Strabuzzando gli occhi non ancora abituati alla luce, indicò un punto esterno alla nostra casa, oltre la finestra.

“Andiamo”.

Guardai fuori e non pioveva. Anzi, qualche raggio di sole arrivava fino a noi, illuminando il pulviscolo atmosferico, rendendosi visibile.

Per me fu una magia: dietro casa, pur udendo i tuoni, s’intravedeva un timido sole, mentre davanti pioveva intensamente. Corsi avanti ed indietro, eccitato ed incredulo, dalla cucina alla camera da letto e vicersa: e sempre trovavo, alternativamente, pioggia e non pioggia, pioggia e non pioggia. E ad ogni conferma la mia gioia di bambino aumentava. Durò un minuto, forse meno, poi il maltempo ebbe la meglio su tutta la nostra casa, ed io e Miyako non trovammo nulla di meglio da fare che leggerci vicendevolmente delle antiche favole tradizionali, stesi sul futon.

Non sapevo che, di lì a poco, non avrei più rivisto la mia amata sorella.

La casa venne demolita 5 anni dopo, rimipiazzata da un condominio a tre piani.

Fuori dalla finestra, il nano ed il suo amico seguitavano a spingere, contrariati, il cavallo.