
La palla si stacca dalla mano, compie una arco morbido ed entra nel cerchio come una tigre ammaestrata. La rete elastica si muove appena, giusto il necessario per tributare il canestro: ciaf. La palla cade a terra, rimbalza sul parquet e se ne va fuori dal campo.
Dopo il silenzio c’è un fischio, e dopo il fischio ricominciano gli scalpiccii delle scarpe sul legno, le mani che cercano il corpo dell’avversario, gli schemi chiamati a braccio alzato.
Prendilo in mano, il pallone. Guardalo da vicino. Guarda i tacchetti consumati, le linee di giuntura, il foro per la camera d’aria. Rigiratelo tra le mani, maltrattalo, e poi annusalo. Un odore come di ruggine ti arriva alle narici, ed è un odore che puoi trovare solo lì, che ti fa pensare a tuo padre quando nei primi anni ottanta ti portava sulle spalle. Tuo padre ancora col barbone, i Rayban a goccia e l’aria da gigante buono.
Lui giocava a basket, e giocava meglio di te. Era ala sinistra perché sì, siete mancini da generazioni, e abbrancava ogni pallone come fosse l’ultimo, e verso il terzo dei quattro tempi veniva sempre espulso per cinque falli. Lo seguivi con la mamma, dopo la partita, e gli tiravi la barba. Lui ti alzava all’aria e ti dava un pallone in mano, che era il doppio della tua testa. E tu sentivi quell’odore come di ruggine.
Chiama uno schema, passa la palla e chiudi un buon blocco, il resto viene da sè. Non hai più l’età, oppure ne stai stillando le ultime goccie, e ti consolano con la storiella che tu hai esperienza e loro no.
Tuo padre è sugli spalti che ti guarda ed è ormai vecchio, ed è un piccolo uomo. Ora conosci ogni sua miseria: solo la barba non l’ha abbadonato. Ma lo sa ancora riconoscere quell’odore, e ancora si emoziona per il ciaf delicato del canestro.
Te lo ricordi quando allenava squadre di giovani virgulti, severo, austero. Non era simpatico ma i bambini lo amavano. Si sbracciava e ti guardava male, ma tu lo sapevi che dentro rideva.
Ricevi il pallone e lo scarichi, così dice oggi il coach: fare girare la palla, il resto viene da sè. Chiede un timeout. Lo senti urlare mentre ti copri la faccia con un asciugamano intriso del tuo sudore, e nel tuo malinconico modo ti senti orgoglioso di chi sei. Passi una mano sulla testa dei compagni, batti sulle loro spalle e sulle loro natiche, e torni al tuo dovere.
Te lo ricordi, tuo padre, quando nel lettone ti raccontava la tua storia preferita, quella del robottino che si getta in mare per salvare il proprio papà. Trattenevi il fiato e lo guardavi con gli occhi sbarrati. Il robottino riusciva sempre a salvare suo padre, ma il più delle volte moriva di ruggine per essersi bagnato con l’acqua marina. Tu ti tiravi la coperta su fino agli occhi e rimanevi lì in silenzio, e lo abbracciavi.
E senti ancora quell’odore, e guardi il tabellone, e guardi lui, e pensi: “papà”. E tiri. Provando a recuperare un punto alla volta, perché non c’è nient’altro da fare.
